Dituttounpo’

Bolivia, Morales e la difesa per legge della ‘Madre Terra’

di Cristiana Zanetto 

La Madre Terra è sacra, e su questa idea si sono creati molti movimenti di stampo ecologista negli ultimi anni anche in Europa.

Ma questa volta il segnale che arriva dall’America Latina o meglio dalla Bolivia è destinato a far discutere, perché lo stesso concetto viene affermato però con grande forza nel quadro di una legge. E del resto non deve sorprendere che l’idea sia venuta ad un Paese, dove la concezione dell’uomo sulla terra è completamente diversa da quella che si ha in Europa o nel modello occidentale del cosiddetto primo mondo. Per i popoli andini infatti l’uomo sulla terra svolge lo stesso ruolo di un qualsiasi altro essere vivente o inanimato che sia. L’uomo non è su questa terra per sfruttare le sue risorse o per produrre all’infinito. L’uomo è su questa terra per- sembrerà strano dirlo- vivere in pace con gli altri. Si crede che la Terra sia viva e degna di rispetto, tanto che se vi avventurate all’interno della Bolivia o nel Nord Ovest dell’Argentina, vedrete ai bordi delle strade, molte costruzioni di pietre: sono le apacheta. Quasi piccoli altari di pietra che stanno a ricoprire un piccolo buco nella terra, dove le persone mettono un pezzo di pane, un goccio di acqua, anche una sigaretta, per ringraziare la madre terra che li ospita e che ogni giorno offre loro i suoi frutti.

Il Presidente Evo Morales, con una vera e propria serie di regole, ha dato vita alla protezione legale della Madre Terra, indicando come si debba vivere in armonia ed equilibrio con la natura. La normativa crea una sorta di ‘avvocatura’ dello Stato che ha l’obbligo di proteggere i diritti della terra, anche se in teoria, tutte le autorità statali dovrebbero già farlo.

Morales, aveva già indicato negli anni scorsi una serie di provvedimenti per concedere ‘diritti’ alla Madre Terra, o Pachamama, come se fosse una persona, tra questi il diritto alla vita, all’acqua, alla diversità, all’aria pulita, all’equilibrio, e a vivere liberi dall’inquinamento. Ma con la legge promulgata in questi giorni ha voluto affermare che l’idea della protezione dell’ambiente non è una posizione folcloristica o politicaly correct in ossequio alle credenze antiche dei popoli. Insomma non è una operazione di marketing per ‘vendere’ un nuovo modello di socialismo del ventunesimo secolo targato America Latina.

Sicuramente con questa norma la Bolivia si conferma come un paese capace di promuovere e proporre a livello internazionale una visione ed una strategia ma anche un modello operativo e legislativo con una forte e connotata innovazione, che va a “disturbare” molti interessi economici che fino ad ora erano stati preservati: ad esempio quelli dei latifondisti. Uno degli articoli di questa norma, parla chiaramente di distribuzione e ridistribuzione delle terre in maniera egualitaria con priorità per le donne, i popoli indigeni originari e contadini, oltre a comunità interculturali e afroboliviani che ancora non le posseggano. Ed è un fatto innegabile, per chi conosca un poco di storia dell’America latina, che è proprio la concezione del latifondo, una delle cause dello stato di arretratezza delle economie sud americane, dove la borghesia per decenni non ha avuto mai alcun interesse a sviluppare una economia che potesse avere riscontri anche nel Paese in cui viveva.

Il presidente boliviano Morales è si un uomo figlio di queste terre, che segue una filosofia “naturalistica” tipica di questi posti, ma ha dimostrato di essere anche un uomo di questo tempo e quindi al di là della consacrazione del mito della Pachamama, ha una visione strategica e assolutamente razionalista del suo Paese. Sa benissimo che in un continente come quello latinoamericano è bene proteggere terra e popoli dallo sfruttamento selvaggio delle multinazionale e degli stranieri che in questa parte del mondo hanno sempre “banchettato” in molti casi gratuitamente.

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Il Paese è praticamente in guerra, e a reclamare il suo territorio sono i deserti in espansione

Le (dis)economie emergenti: il caso della Cina

Tra inquinamento e desertificazione, la faccia della crescita economica che non vogliamo vedere

E’ onestamente incredibile leggere ancora tanti articoli e scritti di opinionisti, editorialisti, politologi e commentatori che continuano ad ignorare il gravissimo deficit ecologico che una crescita continua ha prodotto e produce nei sistemi di supporto della vita sulla Terra, negli stessi sistemi naturali che consentono la presenza dell’umanità sul pianeta e il mantenimento della sua civiltà.

Non a caso la comunità scientifica internazionale ha sottoscritto un ennesimo documento dedicato proprio alla necessità di mantenere i sistemi di supporto della vita sulla Terra come assicurazione per il futuro dell’umanità stessa (il testo dell’appello di cui ho già parlato nelle pagine di questa rubrica è Scientific Consensus on Maintaining Humanity’s Life Support Systems in the 21st Century: Information for Policy Makers e si trova sul sito della Millennium Alliance for Humanity and Biosphere, presso la prestigiosa università di Stanford). L’impatto umano ha ormai raggiunto livelli insostenibili di pressione, modificazione, distruzione degli ecosistemi e della biodiversità sul nostro pianeta, livelli che stanno drammaticamente indebolendo i sistemi ecologici di supporto della vita sulla Terra, fondamentali per il nostro benessere, le nostre economie, il nostro futuro.

– Segue Qui: http://www.greenreport.it/rubriche/le-diseconomie-emergenti-il-caso-della-cina/#sthash.ee5vaNUf.dpuf

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“F35, giustizia e Kazakhstan: lo Stato è umiliato”

Siccome i “maltrattamenti” alla Carta costituzionale continuano, è utile sentire vedere cosa ne pensa il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky.

Intervista di Silvia Truzzi al costituzionalista  Gustavo Zagrebelsky.

Siccome i “maltrattamenti” alla Carta continuano, ci tocca disturbare di nuovo – a poche settimane dall’ultima volta – Gustavo Zagrebelsky. Professore, negli ultimi tempi abbiamo assistito a numerosi episodi di natura politica e costituzionale che hanno suscitato discussioni e polemiche. Lei che ne pensa?

Prima che dagli episodi, iniziamo da un dubbio, da un interrogativo di portata generale, di cui vorremmo non si dovesse parlare. E, invece, dobbiamo.

Cosa intende?

Una cosa angosciante. Si tratta solo di singoli episodi, oppure di manifestazioni di qualcosa di più profondo, che non riusciamo a vedere e definire con chiarezza, ma avvertiamo come incombente e minaccioso? Qualcosa in cui quelli che altrimenti sarebbero appunto solo episodi isolati, assumono un significato comune. Li dobbiamo trattare isolatamente o come sintomi d’un generale e pericoloso malessere?

 Dica lei.

Guardi: può darsi ch’io pecchi in pessimismo. Mi sembra che sulla vita politica, nel nostro Paese, in questo momento, gravi un “non detto” che spiegherebbe molte cose. Si fa finta di vivere nella normalità della vita democratica, ma non è così. È come se una rete invisibile avvolgesse le istituzioni politiche fossilizzandole; imponesse agli attori politici azioni e omissioni altrimenti assurdi e inspiegabili; mirasse a impedire che qualunque cosa nuova avvenga. Questa è stasi, situazione pericolosa. Se qualche episodio, anche grave o gravissimo, sfugge alla rete, l’imperativo è sopire, normalizzare. Ciò che accade sulla scena politica sembra una messinscena. Ci si agita per nulla concludere. Ma la democrazia, così, muore. Lo spettacolo cui assistiamo sembra un gioco delle parti, oltretutto di livello infimo. Il numero degli appassionati sta diminuendo velocemente. L’umore è sempre più cupo. Bastava guardare i volti e udire il tono di alcuni che hanno preso la parola nel dibattito sulla vicenda della “rendition” kazaka. Sembravano tanti “cavalieri dalla trista figura”. Non si respirava il “fresco profumo della libertà”, di cui ha scritto ieri Barbara Spinelli. Né v’era traccia di quella “felicità” che è l’humus della democrazia, di cui abbiamo ragionato Ezio Mauro e io, in contrasto con l’atmosfera stagnante dei regimi del sospetto, dell’intrigo, della libertà negata.

 Si riferisce alla maggioranza modello “larghe intese”?

Innanzitutto: è una maggioranza contro natura; contraria alle promesse elettorali e quindi democraticamente illegittima, anche se legale; che pretende di fare cose per le quali non ha ricevuto alcun mandato. Ricorderà che è stata formata pensando a poche e chiare misure da prendere insieme: governo “di scopo” (come se possa esistere un governo senza scopi!), “di servizio” (come se ci possa essere un governo per i fatti suoi!) e, poi, “di necessità”. Ora, sembra un governo marmorizzato il cui scopo necessario sia durare, irretito in un gioco più grande di lui. La riforma elettorale, bando alle ciance, non si fa, perché in fondo, oltre che essere nell’interesse di molti, nel frattempo, con l’attuale, non si può tornare a votare. Perfino l’abnorme procedimento di revisione della Costituzione è stato pensato a questo scopo, come si ammette anche da diversi “saggi” che pur si sono lasciati coinvolgere. E, in attesa che la si cambi, la si viola.

 Così arriviamo agli episodi. Il caso F-35?

Incominciamo da qui. Il Parlamento è stato esautorato quando il Consiglio supremo di difesa ha scritto che i “provvedimenti tecnici e le decisioni operative, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell’esecutivo”, sottintendendo: “responsabilità esclusive”. Chissà chi sono i consulenti giuridici che hanno avallato queste affermazioni, che svuotano i compiti del Parlamento in materia di sicurezza e politica estera? Un regresso di due secoli, a quando tali questioni erano prerogativa regia. Del resto, lei sa che cosa è questo Consiglio? Qualcuno si è ricordato che la sua natura è stata definita nel 1988 da una relazione della Commissione presieduta da un grande giurista, Livio Paladin, istituita dal presidente Cossiga per fare chiarezza su un organo ambiguo (ministri, generali, presidente della Repubblica)? Fu chiarito allora che si tratta di un organo di consulenza e informazione del presidente, senza poteri di direttiva. D’altra parte, chi stabilisce se certi provvedimenti e certe decisioni sono solo tecniche e operative, e non hanno carattere politico? I sistemi d’arma, l’uso di certi mezzi o di altri non sono questioni politiche? Chi decide? Il Parlamento, in un regime parlamentare. Forse che si sia entrati in un altro regime?

 L’affaire kazako è una “brutta figura internazionale” o una violazione dei diritti umani?

Una cosa e l’altra. Ma non solo: è l’umiliazione dello Stato. Ammettiamo che nessun ministro ne sapesse qualcosa. Sarebbe per questo meno grave? Lo sarebbe perfino di più. Vorrebbe dire che le istituzioni non controllano quello che accade nel retrobottega e che il nostro Paese è terreno di scorribande di apparati dello Stato collusi con altri apparati, come già avvenuto nel caso simile di Abu Omar, rapito dai “servizi” americani con la collaborazione di quelli italiani e trasportato in Egitto: un caso in cui s’è fatta valere pesantemente la “ragion di Stato”. Non basta, in questi casi, la responsabilità dei funzionari. L’art. 95 della Carta dice che i ministri, ciascuno personalmente, portano la responsabilità degli atti dei loro dicasteri. Se, sotto di loro, si formano gruppi che agiscono in segreto, per conto loro o in combutta con poteri estranei o stranieri, il ministro non risponderà penalmente di quello che gli passa sotto il naso senza che se ne accorga. Ma politicamente ne è pienamente responsabile. Troppo comodo il “non sapevo”. Chi ci governa, per prima cosa, “deve sapere”. Se no, dove va a finire la nostra sovranità? Chi, dovendola difendere, in questa circostanza, non l’ha difesa?

 Che dire del blocco del Parlamento decretato per protesta contro l’Autorità giudiziaria?

Che, anche questa, come la manifestazione di decine di parlamentari scalpitanti dentro e fuori il Tribunale di Milano, è una vicenda inconcepibile. Altrettanto inconcepibile è che l’una e l’altra non siano state oggetto di puntuale e precisa condanna. Anche qui: ammettiamo per carità di Patria che l’una sia stata una normale sospensione tecnica e l’altra una visita guidata a un palazzo pubblico. Non basta, però, averli “derubricati”, per poter dire che non è successo nulla. La questione è che non s’è detto autorevolmente che l’intento e i mezzi immaginati sono, sempre e comunque, inammissibili perché contro lo Stato di diritto.

 C’è una logica che spiega i singoli episodi?

Potrei sbagliare, ma a me pare che su tutto domini la difesa dello status quo e del governo che lo garantisce. In stato di necessità, si passa sopra a tutto il resto. L’impressione, poi, è che in quella rete invisibile di connivenze, di cui parlavo all’inizio, si finisca per attribuire a un partito e al suo leader un plusvalore che non corrisponde al loro consenso elettorale e alla rappresentanza in Parlamento. Come se toccarne gli interessi possa determinare una catastrofe generale. Sembra che tutti siano utili, ma qualcuno sia necessario e, per questo, si debbano tollerare da lui cose che, altrimenti, sarebbero intollerabili.

 Così si è corrivi nei confronti di una parte politica, anche se c’è di mezzo la Costituzione. A chi spetta difenderla?

In democrazia, a tutti i cittadini, che nella Costituzione si riconoscono. Poi, a chi occupa posti nelle istituzioni, subordinatamente a un giuramento di fedeltà. Infine, salendo più su, a colui che ricopre il ruolo comprensivamente detto di “garante della Costituzione”, il presidente della Repubblica.

 Fonte: Il Fatto Quotidiano, 18 luglio2013, pag. 5.

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Scalare le marce per aggredire la salita

Decrescita: tra desiderio e azione politica. [di Luca Massacesi e Emmanuel Rouillier

Una piccola pallina blu che corre ruotando su se stessa nello spazio ad un velocità folle, protetta da una sottilissima buccia. E’ la Terra. Gli abitanti di Gaia lo capiscono quando i primi astronauti la fotografano dallo spazio. E di colpo cambiano i paradigmi. E’ la vigilia di Natale del 1968 e lo scatto è dell’equipaggio di Apollo 8 mentre era in orbita attorno alla Luna.

«Vista dalla superficie lunare, la caratteristica più stupefacente della Terra, una cosa che toglie il respiro, è che sia viva. Le fotografie ci mostrano in primo piano la superficie asciutta e butterata della Luna, morta come un osso calcinato dal sole. Ma alta, librata senza appoggi entro la membrana umida e luccicante del suo chiaro cielo azzurro, c’è la Terra, sorgente, unico corpo esuberante di vita nella nostra parte del cosmo». (Lovelock 1991).

E’ la Terra della celebre Earthrise, la prima fotografia scattata da un astronauta in carne e ossa nella quale il pianeta è visibile stagliato nello spazio. Nel 1972 la crisi del paradigma viene reso esplicito con grafici e previsioni. Lo fa il Club di Roma di Aurelio Peccei e, voilà! anche le fondamenta teoriche del modello crollano.

continua qui http://www.caosmanagement.it/menu-80/28-scalare-le-marce-per-aggredire-la-salita

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UN POPOLO DI SUDDITI CHE SI RIBELLA SOLO AL BAR

Published by MovLib on 10 giugno 2013

DI MASSIMO FINI*
A Istanbul, città particolarmente priva di spazi verdi, il premier Erdogan vuole togliere di mezzo il Parco Gezi, abbattendo 600 alberi, per sostituirlo con un grande centro commerciale, con tutti gli annessi e i connessi, simbolo, secondo lui, di una Turchia che corre felice verso lo sviluppo e la modernizzazione. La gente della città si è ribellata, ha occupato il parco, lo ha circondato, si è scontrata duramente con una delle polizie più feroci del Medio Oriente (qualcuno ricorderà, forse, ‘Fuga di mezzanotte’). Poi la rivolta è virata in senso politico, contro gli abusi e le violenze dell’ ‘amico Erdogan’ come lo chiama Berlusconi. Ma resta il fatto che è cominciata per la difesa di un parco che i cittadini di Istanbul amano.

A Milano, nell’area della ex stazione delle Varesine, era nato spontaneamente un bosco, un vero bosco, non l’odioso verde, aiulato e regolamentato, che non puoi nemmeno calpestare, pena multe salatissime da parte di vigili assatanati che hanno l’ordine di raccattar quattrini da cittadini già esausti. Miracolo a Milano. Un piccolo polmone verde quasi nel cuore della città. E’ stato raso al suolo in una sola notte e in poco più di un anno sono stati costruiti quattro o cinque ecomostri, costruzioni orribili che nulla hanno a che vedere con quell’opera d’arte che è il grattacielo Pirelli di Gio’ Ponti e Pier Luigi Nervi. Sull’area dell’ex Fiera Campionaria, dove da bambini i genitori ci portavano a fare il pic-nic, è successa più o meno la stessa cosa. A nessuno è venuto in mente di utilizzarla a verde (gli architetti si salvano la coscienza con i cosidetti ‘boschi verticali’ , figuriamoci, poco più della vecchia edera che scende giù dalle facciate). Eppure anche Milano, come Istanbul, è quasi priva di parchi. Come hanno reagito i milanesi? Con un ricorso al Tar.

In Tunisia Ben Ali’ (gran protettore dell’ ‘esule’ Craxi) e la sua cricca sono stati spazzati via in due giorni con una rivolta violenta, anche se disarmata. Noi invece tolleriamo che partiti che hanno governato il Paese per vent’anni, portandolo sull’orlo del baratro, continuino a farlo, sotto la guida di un quasi novantenne, che non ha fatto un solo giorno di lavoro in vita sua, che nella sua lunga esistenza non ha mai preso non dico una posizione (sulla rivolta ungherese del ’56, sull’invasione russa della Cecoslovacchia del ’68), ma non ha mai espresso un’opinione men che banale e che, per la sua inesistenza, era definito dai suoi stessi compagni «un coniglio bianco in campo bianco» e che quando era giovane, si fa per dire, lo scrittore Luigi Compagnone descrisse come «nu guaglione fatt’a vecchio».

E’ che noi italiani abbiamo perso ogni vitalità. Siamo un popolo di vecchi. L’età media dei tunisini è di 32 anni, la nostra è di 44,5. Siamo sudditi e ci facciamo trattare da sudditi perchè ci comportiamo da sudditi. Subiamo tutto. La rivolta la facciamo solo a chiacchiera, nei bar: «Sono qui. Attendo solo un segnale». Ma va là.

Altro che Parco Gezi. Noi dovremmo tenere sotto assedio permanente il Parlamento e tampinare questi topi di chiavica in strada, per fargli sentire il nostro disgusto e il nostro disprezzo (senza toccarli, per carità, una sacrosanta sventola a Capezzone è un reato più grave dell’aver corrotto un paio di giudici e di testimoni per aggiustarsi le sentenze). E invece stiamo a guardarli in Tv, questi mascheroni, intervistati da giornalisti compiacenti e complici, in programmi manovrati da conduttori paraculi, di sinistra e di destra, il cui principale obiettivo è mantenere quelle decennali rendite di posizione che si sono accaparrati in un sistema in cui stanno incistati, come topi nel formaggio. E se per caso, per sfinimento, ti cade il telecomando, lei subito strilla: «Non l’avrai mica rotto!». C’è ben altro da rompere, in Italia.

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MANGIARE, MANGIARE, MANGIARE

Pubblicato da Carla Sale Musio

 Mangiare, mangiare, mangiare e ancora mangiare!

Può darsi che, un tempo, (forse) si mangiasse per vivere ma, nel mondo occidentale, oggi si vive soprattutto per mangiare! Fare la spesa, preparare gli alimenti, cucinarli, masticarli, ingoiarli, ripulire, riordinare… e ricominciare tutto da capo più volte al giorno. Tutte queste attività impegnano una larga fetta del nostro preziosissimo tempo. Tra amici poi, ci s’incontra per un caffè, per un aperitivo, per una pizza, per una spaghettata, per un boccone… non c’è riunione, formale o informale, che non diventi anche l’occasione per mettere qualcosa nello stomaco

Sembra quasi che senza ingurgitare niente si perdano le ragioni dello stare insieme.

Matrimoni, battesimi, compleanni, feste e commemorazioni, finiscono sempre tutte in grandi abbuffate collettive. Uomini e donne, giovani e vecchi, poveri e ricchi, single o sposati… il cibo bypassa ogni differenza sociale e occupa un posto d’onore nei ritrovi e nei pensieri di chiunque.

Sei felice? Mangia qualcosa di buono!

Sei triste? Mangia qualcosa di buono!

Ti senti solo? Mangia qualcosa di buono!

Non sai che fare? Mangia qualcosa di buono!

Il ritornello è sempre lo stesso, c’è sempre una ragione valida per indulgere col cibo!

Ma questa nostra spasmodica espressione alimentare, occulta bisogni ben diversi dal semplice desiderio di nutrirsi e fa leva su necessità interiori che con l’alimentazione hanno poco a che vedere.

L’oralità smodata che caratterizza la nostra società è fomentata da una cultura basata sulla prevaricazione e volta a favorire il sopruso, la violenza e l’abuso di pochi su tanti. Basta pensare agli allevamenti intensivi, alla deforestazione o allo sfruttamento del terzo mondo. Il cibo riveste un ruolo importante, non soltanto per le modalità con cui viene prodotto ma soprattutto perché funziona come una droga e, come tutte le droghe, ci rende schiavi e dipendenti.

Mangiare, infatti, consente alla mente di rilassarsi e permette di “non pensare” (almeno per un po’).

Durante la digestione, l’energia che normalmente utilizziamo per compiere le nostre attività, si sposta dal cervello allo stomaco e il resto del corpo ne rimane sprovvisto. Questo processo, se da una parte ci lascia forse un po’ esausti, dall’altra ci consente di prenderci una tregua dalla pressione dei pensieri. Poiché tutta l’attività del corpo è catalizzata dalla digestione, spesso dopo mangiato ci sentiamo stanchi e… sedati. E’ l’effetto antidepressivo del cibo. Grazie al quale possiamo mettere in stand by i pensieri e goderci una gradevole pausa dalle angosce mentali di ogni tipo. Ingerire qualcosa diventa perciò come prendere uno psicofarmaco ed è proprio grazie a questo effetto psicotropo che oggi mangiare è diventato tanto di moda!

La digestione ha l’effetto rilassante di un sedativo e di una droga ma è legale, priva di ricetta medica, economica e, soprattutto, perfettamente giustificata dall’alibi incontestabile della sopravvivenza.

L’industria alimentare (e non solo quella) sfrutta a piene mani le proprietà del nostro apparato digerente e, tenendoci costantemente in stato soporifero con banchetti, stuzzichini e rompi digiuno di ogni genere, agisce impunemente sul nostro sistema nervoso, approfittando della limitata autocritica della fase digestiva per far passare qualunque mistificazione della realtà. “Mangiare è necessario per vivere… pensa ai bambini del terzo mondo!” Su queste indiscutibili ragioni le multinazionali della alimentazione fanno leva costantemente per propinarci ogni genere di schifezze travestite da necessità. Grazie al bisogno (indotto) di “mangiare… per vivere!” si può nascondere con facilità qualsiasi crimine e far passare messaggi che con il cibo hanno ben poco a che vedere. Infatti, finché siamo impegnati a digerire, i pensieri si muovono più lentamente o addirittura… non si muovono affatto! Il cibo funziona sempre come una droga e come tutte le droghe da dipendenza e ci costringe ad aumentare progressivamente le dosi per mantenerne inalterato l’effetto.

Incentivando i rituali sociali della nutrizione sono stati occultati tanti aspetti importanti delle relazioni, facendo in modo che l’oralità rubasse progressivamente il posto all’intimità.

Così oggi, condividiamo insieme i pasti invece che condividere noi stessi e preferiamo scambiarci le ricette piuttosto che scambiarci le emozioni. L’ascolto dell’anima e del corpo è stato sostituito da innumerevoli riunioni, chiassose e goliardiche, in cui l’alcol e la varietà delle pietanze, ottundono la mente e anestetizzano il cuore. Forse, in un tempo ormai molto remoto, la relazione tra gli esseri viventi aveva un posto di primo piano nella vita e stare insieme permetteva la condivisione dei sentimenti e delle culture. Forse in quei tempi lontani gli esseri umani preferivano scambiarsi le verità dell’anima invece che tante elaborate ghiottonerie. Mangiare non era ancora diventato il cerimoniale tribale in cui è stato trasformato ai nostri giorni e il cibo non aveva la funzione di distrarre il cervello ma serviva, caso mai, a ritemprarlo con pasti semplici e poco frequenti. Oggi invece, tra aperitivi e merendine di ogni genere, abbiamo trasformato il rito frugale di un tempo nell’orgia di sapori privi di nutrimento che ci tiene costantemente affamati e denutriti… di verità!

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